Domenica 22 e lunedì 23 marzo gli italiani sono chiamati alle urne per il referendum confermativo sulla riforma costituzionale della magistratura, intitolata “norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della corte disciplinare”.
Le operazioni di voto si svolgeranno dalle 7 alle 23 nella giornata di domenica e dalle 7 alle 15 lunedì presso la consueta sede elettorale di Via Simone Elia, nell’edificio delle scuole elementari. Subito dopo la chiusura dei seggi inizierà lo scrutinio. A differenza di altri tipi di consultazione, nel referendum confermativo non è previsto quorum: il risultato sarà valido indipendentemente dal numero dei votanti.
Il quesito sarà unico e verrà presentato su una scheda come questa.

Cosa prevede la riforma
La riforma è stata approvata dal Parlamento nell’ottobre 2025 senza però raggiungere la maggioranza dei due terzi: proprio per questo è stato possibile richiedere il voto popolare, come previsto dall’articolo 138 della Costituzione. La riforma interviene su sette articoli della Costituzione:
- articolo 87, per quanto concerne le funzioni del Presidente della Repubblica in relazione ai nuovi organi;
- articolo 102, relativo all’esercizio della funzione giurisdizionale;
- articolo 104, che disciplina il Consiglio superiore della magistratura, oggetto di una profonda revisione con la sua articolazione in due distinti organi;
- articolo 105, sulle competenze in materia di assunzioni, assegnazioni e trasferimenti dei magistrati;
- articolo 106, relativo alle modalità di accesso in magistratura;
- articolo 107, che riguarda lo status giuridico dei magistrati e le garanzie di indipendenza;
- articolo 110, inerente all’organizzazione e al funzionamento dei servizi relativi alla giustizia.
Tra i punti principali della riforma vi è la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e pubblici ministeri. Nonostante già oggi il passaggio di carriera sia raro e molto vincolante (di fatti coinvolge meno dell’1% dei magistrati), con questa modifica chi intraprenderà la carriera in magistratura dovrà scegliere in modo definitivo se svolgere il ruolo di giudice o di pubblico ministero, senza possibilità di passaggio tra le due funzioni.
Cambia in modo significativo anche l’assetto del Consiglio superiore della magistratura. L’attuale Csm verrebbe infatti superato da due distinti organi di autogoverno: uno per la magistratura giudicante e uno per quella requirente (pubblici ministeri). Entrambi resterebbero presieduti dal Presidente della Repubblica, ma opererebbero separatamente per quanto riguarda la gestione delle carriere.
A ciascun consiglio spetterebbero le decisioni su assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, valutazioni di professionalità e conferimento degli incarichi direttivi. Una delle novità più rilevanti riguarda però la composizione: i membri non sarebbero più eletti, ma sorteggiati. In particolare, i componenti sarebbero scelti in parte tra i magistrati (i cosiddetti “togati”) e in parte tra membri “laici”, cioè politici, professori universitari di diritto e avvocati con determinati requisiti. Questi ultimi verrebbero estratti a sorte da elenchi predisposti dal Parlamento, a differenza di quanto accadrebbe per i membri togati, che verrebbero invece sorteggiati tra tutti i magistrati italiani. Questo meccanismo sostituirebbe quindi l’attuale sistema elettivo, con l’obiettivo dichiarato di ridurre il peso delle correnti interne alla magistratura.
Le competenze disciplinari, oggi attribuite al Csm, verrebbero invece trasferite a un nuovo organo autonomo: l’Alta corte disciplinare. Questo organismo sarebbe composto da quindici membri, con mandato di quattro anni non rinnovabile. La composizione sarebbe mista: 3 nominati dal Presidente della Repubblica, 3 estratti a sorte da un elenco predisposto mediante elezione dal Parlamento in seduta comune, 6 estratti a sorte tra i magistrati giudicanti e 3 tra i magistrati requirenti.
Il dibattito tra Sì e No
In questo articolo non entreremo nel merito delle opinioni dei sostenitori o dei contrari, né nei tecnicismi della revisione costituzionale. È però di primaria importanza che i cittadini non si fermino alla superficie e non votino “al buio”: vi esortiamo a dedicare tempo alla comprensione del tema, per quanto non sia semplice, ma solo così la partecipazione può diventare davvero significativa.
Anche perché il dibattito attorno alla riforma è articolato. I sostenitori del “sì” la considerano una misura capace di rafforzare la trasparenza della giustizia, distinguendo in modo più ufficiale i ruoli tra chi accusa e chi giudica, nel tentativo di combattere anche il cosiddetto “correntismo” all’interno del CSM. I contrari, invece, sottolineano come i problemi principali del sistema giudiziario – come la durata dei processi e le carenze organizzative – restino irrisolti e, al contempo, temono un maggiore peso della politica negli organi di autogoverno.
I sondaggi delle ultime settimane mostrano un quadro incerto, con posizioni divise e un esito tutt’altro che scontato.
In questo contesto, la partecipazione al voto assume un valore ancora più significativo. Il referendum rappresenta uno degli strumenti più diretti attraverso cui i cittadini possono incidere sulle scelte istituzionali. Informarsi e recarsi alle urne significa contribuire in prima persona a una decisione che riguarda il funzionamento della giustizia e, più in generale, l’equilibrio dei poteri nello Stato.
Fonte: Ministero dell’Interno, Gazzetta Ufficiale (D.P.R. 7 febbraio 2026).
Immagine di copertina: Ministero dell’Interno







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