Mentre ci prepariamo a brindare all’addio di questo turbolento 2025, il quadro internazionale appare finalmente nitido. Se l’anno che si chiude è stato quello dello strappo, il 2026 rischia di essere il momento in cui siamo costretti a guardare cosa c’era dietro: un mondo orientato alla logica dell’«ognuno per sé». Non si tratta più di semplici scosse di assestamento, ma del crollo definitivo di quelle consuetudini diplomatiche che ci hanno cullato per decenni.

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha accelerato dinamiche già in atto: la sua politica estera, dichiaratamente sovranista e transazionale, ha definitivamente ridimensionato le aspettative sul multilateralismo. L’America del 2026 non è isolazionista, ma è un impero che seleziona i propri impegni come si sceglie un abbonamento di un servizio di streaming: solo quello che conviene, e si può disdire in qualsiasi momento.

In questo contesto frammentato, la questione europea emerge come il risveglio più doloroso. L’Unione si trova oggi costretta a confrontarsi con limiti strutturali che per anni sono stati coperti dal velo rassicurante dell’ordine liberale e della protezione atlantica. Mai come oggi l’Europa appare nuda, costretta a guardarsi allo specchio e a notare tutte le rughe della propria inadeguatezza strategica. Il 2026 sarà un passaggio decisivo: Bruxelles dovrà decidere se accettare un ruolo marginale o tentare un salto di qualità verso una reale capacità d’azione. Nessuna delle due opzioni è priva di costi, ma l’illusione dell’immobilità non è più un’opzione.

Europa: tante ambizioni, dura realtà

Il problema di fondo dell’Unione europea è la distanza siderale tra le sue ambizioni politiche e gli strumenti di cui dispone. Cresciuta all’interno di una bolla storica basata su regole condivise, oggi l’Europa fatica a respirare l’aria rarefatta di un realismo politico sempre più brutale. La vittoria del fronte MAGA e la nuova Strategia di Sicurezza Nazionale statunitense hanno chiarito un punto: Washington considera ormai l’Europa un “junior partner” subordinato, anche all’interno della NATO.

I diktat sono arrivati puntuali: aumento delle spese militari fino al 5% del PIL (sufficiente a far impallidire qualsiasi ministro delle finanze europeo) e una forte preferenza per forniture energetiche e militari statunitensi. La risposta europea resta frammentata. Il piano “Readiness 2030”, che prevede la mobilitazione di 800 miliardi di euro, rappresenta un segnale, ma non ancora una strategia compiuta. Si parla anche di deterrenza nucleare europea, tema che fino a ieri era un tabù, con Friedrich Merz e Emmanuel Macron che aprono a discussioni “oneste”. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo un oceano di diffidenze nazionali ancora da colmare.

E a proposito di locomotive europee, i motori sono ormai in affanno. A Berlino, il cancelliere Friedrich Merz guida un governo nato fragile, con una popolarità attuale al 32%. Merz, l’uomo che voleva essere l’anti-Merkel, si trova a gestire una Germania in crisi d’identità, con un’economia che cerca disperatamente di sopportare gli alti costi energetici (in assenza di gas russo e di nucleare) e la concorrenza cinese in settori chiave come l’automotive. E come se non bastasse, deve vedersela con l’AfD che a Est è ormai il primo partito, rendendo la governabilità un esercizio di equilibrismo circense.

Nemmeno in Francia la situazione è più stabile. Il Paese si avvicina alle presidenziali del 2027 con un sistema politico polarizzato e un debito pubblico che ha superato i 3.400 miliardi di euro. Il Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella aspetta solo il suo turno, ormai sdoganato persino da figure come Nicolas Sarkozy.

In questo scenario, l’Europa rischia di ridursi ad un mero mercato di consumo, privo di una reale autonomia tecnologica e strategica, mentre il concetto di “sovranità” continua a essere declinato in modo diverso da ciascuno dei 27 Stati membri.

Pace? Per meglio dire: la tregua che ci facciamo andare bene.

Mentre l’Europa cerca la sua anima, ai suoi confini la guerra resta un elemento reale, nonostante venga accompagnata da tentativi di mediazione che difficilmente possono essere definiti risolutivi.

In Ucraina, il 2026 si apre con un processo di pace fortemente influenzato dall’amministrazione Trump. Non aspettiamoci che piova giustizia dal cielo: il piano sul tavolo è un compromesso doloroso fatto di concessioni territoriali alla Russia in cambio di garanzie di sicurezza che assomigliano molto a un “giurin giurello”, più che all’articolo 5 NATO che Zelensky auspicava. L’adesione all’Unione europea resta sul tavolo, ma il percorso è lungo e ostacolato da resistenze interne. Mosca, dal canto suo, continua a puntare sul logoramento del fronte occidentale, mentre l’Europa si prepara a pagare il conto della ricostruzione.

Si profila una pace instabile, ben lontana da una chiusura definitiva della questione: il conflitto è ormai un tassello dello stesso puzzle che unisce il destino del Donbass agli equilibri del Pacifico, parte di una competizione globale che ormai, come si è visto nei colloqui di pace, scavalca la diplomazia europea.

In Medio Oriente la situazione non appare meno complessa. Il cessate il fuoco a Gaza resta fragile, mentre la ricostruzione – stimata in circa 70 miliardi di dollari – non ha ancora trovato finanziatori certi. Il piano statunitense prevede il disarmo di Hamas e il ritiro israeliano, ipotesi che al momento incontrano forti resistenze sul terreno. Le prospettive di una soluzione a due Stati appaiono sempre più lontane, anche alla luce delle posizioni del governo israeliano sulla Cisgiordania. Il rischio è quello di una gestione prolungata del conflitto, pronta a riaccendersi ciclicamente.

Tecnologia e potere: una sfida decisiva

Se i conflitti armati restano centrali, il vero terreno di competizione globale è quello tecnologico. Nel 2026 la rivalità tra Stati Uniti e Cina si gioca soprattutto sul controllo delle filiere strategiche: semiconduttori, energia, infrastrutture digitali.

Il caso DeepSeek, l’azienda cinese che ha dimostrato la possibilità di sviluppare sistemi di intelligenza artificiale avanzati a costi contenuti, ha incrinato il mito della supremazia tecnologica americana incontestabile.

L’Europa, fedele alla sua tradizione, si è specializzata nel regolare l’intelligenza artificiale con il suo AI Act, mentre USA e Cina si preoccupano di costruirla. Il rischio è quello di una balcanizzazione tecnologica: uno squilibrio di standard diversi che costringerebbe le aziende europee a scegliere se essere vassalle dei giganti esteri o restare isolate nel loro giardino ben curato ma tecnologicamente irrilevante. Nel frattempo nuovi attori, come India e Arabia Saudita, investono massicciamente per ritagliarsi il loro ruolo autonomo.

Anche guardando il cielo, lo spazio è ormai affollato da quasi 14.000 satelliti in orbita: un settore sempre più bramato per il suo potenziale strategico. Inoltre, la corsa alla Luna è ripartita: da una parte la squadra Artemis a guida USA (che nel 2026 riporterà gli umani in orbita lunare dopo oltre cinquant’anni), dall’altra l’ambiziosa stazione lunare ILRS a guida cinese.

Il Sud globale e la fine dell’assistenzialismo

Un aspetto che forse ci tocca meno nel quotidiano, ma che a partire dal 2026 presenterà un conto salato, è la fine della solidarietà globale così come l’abbiamo conosciuta. Lo smantellamento di USAID da parte dell’amministrazione Trump segna un cambio di paradigma: cade la maschera della cooperazione disinteressata, sostituita da interessi diretti e visibili. Questo ritiro avviene nel momento peggiore possibile. L’Africa subsahariana è nella tempesta perfetta: in Mali e nel Sahel, i gruppi jihadisti come il JNIM avanzano strangolando capitali come Bamako e minacciando di far collassare interi stati.

Il vuoto lasciato dall’Occidente non rimarrà tale: verrà riempito da chi offre risorse in cambio di influenza, senza fare troppe domande sui diritti umani. La narrazione occidentale si sta sgretolando, rivelando l’impalcatura transazionale sottostante, rischiando di alienare definitivamente quel “Global South” che stiamo cercando di corteggiare.

Un anno decisivo

Guardando al 2026, l’immagine che ne emerge non è da cartolina, ma è autentica. È un mondo più duro, più cinico, un posto dove le rendite di posizione del passato non garantiscono più la sicurezza del futuro. Cadute le illusioni, ciò che resta è la nuda volontà di potenza degli attori globali, non più ingentilita dalle forme della diplomazia.

Tuttavia, cedere al fatalismo sarebbe l’errore più grave. Per l’Europa, guardare in faccia la realtà oltre il velo di Maya, per quanto sgradevole, è una sveglia necessaria.

L’auspicio per l’anno che viene è che la visione nitida della nostra solitudine strategica si trasformi finalmente in azione, e non solo in lamentela. Il mondo del 2026 è pericoloso per chi è indeciso e lento. Il prossimo anno dirà se l’Unione sarà in grado di affermare la propria esistenza in questa nuova fase storica o se continuerà a subirla come spettatrice.

Il 2026 non si annuncia semplice, ma l’anno appena terminato ci ammonisce: rifugiarsi nelle apparenze sarebbe la vera catastrofe.

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