Accompagnati dalle note della Banda di Ranica, l’amministrazione e la cittadinanza hanno celebrato il 25 Aprile passando per il luoghi dove si ricordano i deportati ranichesi oppositori del fascismo. Installata una nuova pietra d’inciampo dedicata ad Antonio Morotti.

“Per noi e per  le nuove generazioni, il 25 Aprile è  un debito di riconoscenza nei confronti di chi ha dovuto lottare contro l’oppressore ed è l’impegno quotidiano nella difesa e nella promozione del rispetto, della giustizia,  della libertà e della pace” ha sottolineato il sindaco Mariagrazia Vergani.
Settantanove anni fa l’Italia ritrovava la libertà, per cui aveva lottato, tra le macerie della seconda guerra mondiale. Una lezione più che mai attuale oggi, dove alcuni focolai minano la pace e la libera convivenza in tutto il mondo. Chi è caduto per la Libertà è morto per tutti: in questo dobbiamo trovare il motivo fondamentale per impegnarsi affinché il 25 aprile sia la festa di tutti: se siamo un paese libero e democratico lo dobbiamo al sacrificio pagato da tanti per garantire quella libertà che è stata sancita dalla nostra Costituzione.

Il paese di Ranica non si è certo risparmiato dalle celebrazioni: dopo la messa delle 9.30, il corteo di persone – guidato dalle note del Corpo Musicale P. Pelliccioli e dalle rappresentanze di amministrazione e associazioni, si è diretto presso il Passaggio Sciopero di Ranica, per intenderci il viale della biblioteca. Qui, è stata depositata una nuova pietra d’inciampo in memoria di Antonio Morotti, ranichese deportato e morto nei lager nazisti del Secondo conflitto mondiale. Il momento, cominciato dall’Inno d’Italia, è stato molto toccante: il sindaco ha celebrato l’evento non nascondendo l’emozione: “Abbiamo posto la pietra in questo luogo molto significativo per la nostra Comunità, all’inizio di questo passaggio, attraversato da molte persone di età diverse per raggiungere il centro del paese, luoghi, laboratori di educazione, aggregazione, relazione , cura, presupposti di libertà e che possiamo vivere grazie alla libertà che ci è stata consegnata.”

Chi era Antonio Morotti

Nato a Ranica il 24 aprile 1910, è stato arruolato nell’esercito italiano il 25 settembre 1942, nonostante i suoi precedenti problemi di salute.

L’8 settembre 1943, di fronte alla fondazione della Repubblica Sociale di Salò, Morotti prese una decisione coraggiosa, rifiutandosi di arruolarsi con i nazifascisti. Questo atto di ribellione lo condusse alla cattura da parte delle forze tedesche il giorno successivo mentre era di stanza a Vipiteno nel 2° Reggimento Artiglieria Alpina. Fu internato nel Lager 1B a Hohenstein, oggi Olsztynek, Polonia, dove ricevette il numero di matricola 10742. Come molti altri internati militari italiani, Morotti fu costretto a lavorare per l’esercito nazista e la Germania occupata. Fu trasferito in diversi campi, contribuendo a lavori forzati, tra cui la costruzione del Vallo Orientale (Ostwall) voluto da Hitler per contrastare l’avanzata russa.

La sua resistenza venne messa a dura prova quando, nel luglio 1944, fu ricoverato nell’infermeria del campo di Amburgo e successivamente trasferito al sanatorio del campo di Sandbostel, affetto da tubercolosi. Nonostante la malattia, il suo pensiero costante era rivolto alla famiglia, ai suoi cari, a cui affidò le sue ultime parole di amore e preoccupazione, come testimoniato nel libro “Zeithain campo di morte” scritto da padre Luca Airoldi, testimone della sua morte, che avvenne il 18 dicembre 1944

La sua memoria però vive ancora attraverso le parole dei testimoni e nei cuori di coloro che lo amavano. Sepolto inizialmente nel cimitero italiano di Jacobsthal, nel 1991 i suoi resti furono trasferiti in Italia, dove riposa ora nel cimitero di Ranica, insieme ad altri 847 internati militari italiani. Per il suo coraggio e sacrificio, nel 1958 gli fu conferita la Croce al Merito di Guerra, un riconoscimento postumo alla sua dedizione alla patria e alla sua famiglia.

Alla deposizione della pietra d’inciampo erano presenti anche i discendenti di Antonio Morotti, che hanno consegnato e deposto con commozione la targa. Presente anche il sindaco del Consiglio Comunale dei Ragazzi, Federico Orlando, con alcuni dei suoi consiglieri.

Il corteo ha poi proseguito la sua camminata verso il vicino Parco Barcella, rinominato nel 2020 in onore e ricordo del diciottenne Luigi Barcella, ranichese oppositore del fascismo arrestato, deportato e morto nell’aprile 1945 nel lager di Mauthausen. Il sindaco ha deposto un fiore in sua memoria sulla già presente pietra d’inciampo, installata nel 2021, a lui dedicata.

Immancabile la tappa presso il Monumento ai Caduti di Viale delle Rimembranze, dove è stata deposta una corona di alloro alla targa dei ranichesi deceduti nelle due Guerre Mondiali.

La successiva e ultima tappa è stata il cimitero: qui si è commemorato Franco Cortinovis, tenente della Resistenza partigiana nella brigata “24 maggio” di Giustizia e Libertà, catturato dai fascisti nello scontro del 1944 a Cornalba, luogo del tristemente celebre eccidio in cui venne anch’egli torturato e fucilato sul posto a soli venticinque anni. Qui è stata anche deposta la corona di alloro al Monumento

Le parole conclusive del discorso del sindaco sono state: “viva l’Italia antifascista”. Un concetto ormai sulle bocche di tutti, o quasi, il cui significato più profondo è stato però trascurato. Essere antifascisti significa ribellarsi all’idea di chiusura, ottusità, paura, repressione. Vuol dire amare la libertà. Essere antifascisti non contempla reticenza.


Fonti e fotografie: RanicaTV

Lascia un commento

In voga