Sono passati 391 anni da quel tragico 1630, momento critico della peste bubbonica diffusasi in Italia nel periodo tra il 1629 e il 1633 che colpì diverse zone del Settentrione e del Centro Italia.
Questa storia coinvolge strettamente anche gli abitanti di Ranica del XVII secolo, come raccontato nel libro “La Chignola di Ranica – il monastero perduto” (2006, opera di Luigi Cortesi). Ed è proprio del nostro paese, grazie a questo libro, che andremo a parlare oggi.
Le fonti storiche più attendibili attestano che i morti italiani di peste bubbonica sono stati più di un milione e centomila (stima 1630-1631). Tuttavia dobbiamo considerare che le epidemie di questo tipo furono numerose in quel secolo. Secondo Luigi Cortesi, <<definire “terrore” il sentimento comune e “apocalittico” il periodo che vide imperversare la peste del 1630 è dire qualcosa che non rispecchia minimamente quella realtà che sconvolse totalmente il vivere>>.
Nonostante il ritmo dei decessi in Lombardia iniziasse a marciare molto più velocemente di quanto previsto dalle Autorità, Ranica sembrava non comprendere quanto la situazione fosse grave.
Tant’è vero che il 7 maggio 1630 morì Paola (vedova Gritti) e la salma venne sepolta senza particolari precauzioni. I cittadini iniziarono ad allarmarsi solo due giorni dopo, quando morì anche il figlio Archileo (17 anni) e il 20 maggio si spense la seconda figlia Lucia (18 anni).
Ormai i ranichesi non hanno dubbi: la peste è arrivata a Ranica. Infatti la salma di Lucia viene sepolta “secondo emergenza peste”, cioè in piena terra sul sagrato della chiesa parrocchiale.
La situazione degenera a perdita d’occhio, a Ranica e Torre Boldone vengono istituite delle tettoie per il ricovero dei malati “suspecta de peste”. Tuttavia molti rimangono in casa privi di assistenza medica, lo stesso problema che nella situazione di emergenza Covid abbiamo potuto toccare con mano. Altra similitudine con la situazione attuale e la regola del distanziamento sociale: i notai decisero di rimanere a distanza debita dalle abitazioni e anche gli incontri con i clienti avvenivano per strada ben distanziati.. Inoltre il concetto di quarantena vigeva anche all’epoca: i parenti e i conviventi dei contagiati dovevano restare sequestrati nelle loro case per tre settimane.
Il mese di giugno è il periodo più critico (solo a Bergamo città decedono circa 50 persone al giorno) e purtroppo la peste non fa sconti a nessuno: a Ranica muoiono anche il cappellano Don Giuseppe Chiodelli (11 giugno 1630) e il parroco Don Andrea Pelliccioli (18 giugno 1630). Si contagia anche il vice-parroco, Don Lorenzo Gritti, perciò nel registro parrocchiale non vengono nemmeno più segnalati i defunti. Viene nominato momentaneamente vice-parroco Padre Gian Francesco, priore della Chignola, il quale ha sulle spalle l’intero onere della parrocchia.
Ad agosto il trend tende a diminuire, e Don Lorenzo Gritti (miracolosamente guarito) torna ad assumere le vesti di vice-curato, anche se si spense pochi mesi dopo, il 24 novembre 1630.
Ufficialmente a Ranica le vittime sono state 290 (148 maschi e 142 femmine), un numero enorme dato il numero totale della popolazione: 489 persone. In pratica nel 1630 la peste stroncò la vita al 60% dei ranichesi in soli pochi mesi.
Per concludere citiamo una curiosità nota a pochi: la cappella dei Mortini (ubicata in Via Roma) è una struttura realizzata proprio in memoria della pestilenza.
Fonti: La Chignola di Ranica – il monastero perduto” di Luigi Cortesi (2006), stampato da Maggioni Lino srl.







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